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Per la nostra serie di interviste ad artisti legati alla prefettura di Mie, incontriamo di nuovo Sumio Kobayashi. Oggi, in occasione della festa di Obon, gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua infanzia nella prefettura di Mie, la sua terra d’origine.

――Come ha trascorso la prima infanzia?

Dalla nascita fino alla partenza per la Francia ho vissuto in un posto dove la nostra era l’unica casa in mezzo alle montagne, o meglio, una casa nel territorio degli animali. Non si percepiva nulla di artificiale. Di notte era completamente buio e, quando per caso passava un’auto, cosa davvero rarissima, sentire la presenza di altri esseri umani mi rassicurava. Era un po’ come la dimora della strega nel libro di Jules Michelet. Ne La strega, Michelet descrive come gli esseri umani abbiano temuto e distrutto la natura, e come gli uomini abbiano temuto e distrutto le donne. Io provavo costantemente quel genere di paura che sembra radicata nel profondo dell’animo. Mio padre era uno studioso di letteratura francese. A quanto pare era stato influenzato dalla concezione della natura di Rousseau e anche da Tolstoj, e aveva scelto appositamente quel modo di vivere sulla base di quelle idee.

Vivendo in un posto del genere, non avevo alcun contatto con altre persone. Forse anche per questo facevo molta fatica ad «andare» regolarmente all’asilo o a scuola. Per gli insegnanti dovevo essere un alunno strano e difficile, ma mi chiedevo: è davvero necessario «andarci»? Non è forse una cosa innaturale? Persino raggiungere la casa del compagno che abitava più vicino era un’impresa. Se mio padre non mi accompagnava in macchina, non potevo nemmeno andare a giocare. Di conseguenza, ovviamente, trascorrevo moltissimo tempo da solo. Quando però ho preso confidenza con la bicicletta e ho acquisito più resistenza fisica, ho avuto degli amici con cui giocavo.

A partire dai tre anni circa ho studiato pianoforte, Electone e solfeggio nei corsi Yamaha per bambini piccoli di Komono, vicino a casa. A sei anni sono entrato nel corso specializzato della Yamaha di Yokkaichi, dove studiavo pianoforte, Electone, solfeggio, musica d’insieme e composizione. Inutile dire che quell’esperienza di composizione mi è utile ancora oggi.

――Com’era la sua vita alle scuole medie?

Continuavo ad avere difficoltà con il fatto di «andarci» regolarmente. Non è niente di che, ma per qualche motivo ricordo ancora molto bene quanto mi sia vergognato quando una compagna mi ha chiesto: «Sumi-chan, è vero che guardi ancora gli anime anche se sei già alle medie?». Il tono era un po’: «Gli anime sono roba da bambini, lo sai?». Eppure, ancora oggi che ho 38 anni, li guardo tranquillamente. C’è proprio da vergognarsi.

Per il resto, non facevo che giocare ai videogiochi. Mi piacevano soprattutto i picchiaduro. La mattina, appena sveglio, facevo prima una bella sessione intensiva di allenamento ai videogiochi, e solo dopo iniziava la giornata.

Io e i miei amici ci spronavamo a migliorare, ci allenavamo e partecipavamo ai tornei. In un certo senso, è stato il periodo in cui mi sono goduto di più la giovinezza. Credo che siano stati i videogiochi a farmi appassionare a quel senso di soddisfazione che si prova quando si raggiunge un risultato con l’impegno. Per arrivare in un posto dove si potesse giocare come si deve, bisognava percorrere una lunga distanza in bicicletta. E non avevo soldi, quindi per andare a giocare facevo 22 chilometri in bici, solo all’andata.

――E durante le scuole superiori?

Quando sono entrato alle superiori e i miei amici dei videogiochi sono andati in altre scuole, ho cominciato a riflettere seriamente sulla mia vita. Ho pensato di mettermi a fare qualcosa, ed è stato allora che ho iniziato a comporre sul serio e ho smesso di giocare. Come credo succeda a molti, in quella fase non immaginavo affatto di scrivere quella che viene chiamata musica contemporanea. Volevo comporre brani come quelli di Rachmaninov, Kabalevskij o Skrjabin. Quando ho cominciato, il mio insegnante mi ha chiesto di scrivere opere nello stile di Bach, e così ho fatto. È stata un’esperienza molto positiva. Bach mi piaceva già e passavo le giornate a suonare quasi soltanto Il clavicembalo ben temperato. Era difficile, ma leggendo anche diversi libri sono riuscito, in qualche modo, a scrivere qualcosa che gli somigliasse.

Nel frattempo, varie persone mi hanno consigliato di studiare in Francia. La mia fortuna è stata che mio padre insegnava francese all’università ed era uno specialista, quindi ha potuto insegnarmelo lui. Ho studiato intensamente con lui per alcuni mesi, finché sono riuscito almeno a cavarmela un po’ nella conversazione, poi ho lasciato le superiori e sono partito per la Francia.

――È stato difficile decidere di lasciare le superiori e partire per la Francia?

Visto che già mi interrogavo sulla necessità di «andarci» regolarmente, ho lasciato la scuola senza grandi esitazioni. A Parigi, mentre studiavo la lingua in una scuola di francese, ho iniziato a studiare composizione soprattutto con Bernard de Crépy e Michel Merlet, del Conservatoire national supérieur de musique di Parigi. Lì seguivo lezioni di orchestrazione e composizione. Ho anche vissuto momenti di grande scoraggiamento.

――Di scoraggiamento?

Sì. Nei corsi di composizione in Francia capita spesso di seguire le lezioni insieme ad altri studenti. Quindi avevo la sensazione che anche gli altri assistessero a tutte le mie difficoltà. Naturalmente imparavo anche da questo ed era utile conoscere stili diversi, ma sul piano psicologico era davvero pesante.

Del resto, il mio francese era a un livello elementare e già sostenere una conversazione mi costava molta fatica. Neanche nella composizione riuscivo a fare granché. Non sapevo né parlare francese né comporre: non sapevo fare nulla. Mi sembrava di non riuscire neppure a capire se stessi facendo progressi.

I parenti e gli altri adulti hanno cominciato a chiedermi: «Ma sei sicuro che per te vada tutto bene?». Ripensandoci oggi, forse avrei anche potuto ignorarli, ma probabilmente dentro di me c’era anche il desiderio di scappare dalla Francia, e sono tornato in Giappone.

――Come sono andate le cose dopo il ritorno?

Ho l’impressione che la mia vita sia iniziata davvero dopo il ritorno. A volte penso che, tutto sommato, forse avrei anche potuto restare in Francia. Ma alla fine è stato un bene tornare in Giappone.

Si racconta che, prima che il giocatore di baseball Shohei Ohtani andasse negli Stati Uniti, lo abbiano convinto a diventare prima professionista in Giappone spiegandogli che l’esperienza nel professionismo giapponese avrebbe aumentato le sue possibilità di successo in America. Per me è stato qualcosa di simile. Si può certamente riuscire anche in altri modi, ma ora penso che nel mio caso fosse meglio prepararmi con calma in Giappone prima di confrontarmi con il resto del mondo. Insomma, dopo il ritorno mi sono dedicato senza sosta, in parallelo, allo studio del francese, della letteratura francese e della composizione, come un monaco asceta.

Ero già abituato a esercitarmi al pianoforte o ai videogiochi dalla mattina alla sera, quindi fare la stessa cosa per molte ore è qualcosa che, anzi, mi piace. Mi sono dato una regola: studiare o comporre tassativamente almeno 17 ore ogni giorno, concedendomi soltanto tre giorni di riposo al mese.

All’inizio, in realtà, pensavo di dedicarci almeno 20 ore, se non di più. Leggevo persino articoli scientifici e libri sul sonno breve e riducevo le ore di sonno. Ma avevo talmente sonno che non riuscivo ad assimilare ciò che studiavo, e sono arrivato alla conclusione che per me 17 ore fossero l’ideale. Questa vita con 17 ore di studio al giorno sarebbe poi continuata per poco meno di 20 anni.

――Ma anche 17 ore non sono già estremamente faticose?

No, ma non è che le affronti con tutta questa serietà. Nel frattempo guardo anime o film. Fin da bambino, quando facevo esercizi semplici al pianoforte, per esempio quando suonavo Hanon, a volte guardavo la televisione. Ho anche questo lato un po’ pigro. Forse è proprio per questo che non sono diventato pianista. E poi, dato che attribuivo molta importanza all’efficienza, soprattutto nei videogiochi, continuavo a fare cose come studiare francese mentre guardavo video di lezioni di composizione in inglese. A prima vista può sembrare chissà che cosa, ma sinceramente non so se sia servito a qualcosa. In quel periodo mi chiedevo anche se non potessi studiare inglese giocando, e ho provato a fare giochi online in inglese. Ma in pratica non usavo altre parole oltre a «Fuck» e «Shit», quindi è stato un fallimento totale. Così, questa «vita di 17 ore di studio e composizione» è andata avanti senza sosta per quasi 20 anni, mentre facevo anche altro, con una concentrazione più vicina all’80% che al 100%.

――In seguito ha proseguito gli studi dopo la laurea. Com’era la sua vita in quel periodo?

Da quel momento ho vissuto praticamente da recluso. Anche durante il primo ciclo universitario studiavo 17 ore al giorno, ma lo facevo anche in treno durante gli spostamenti, perciò non avevo la sensazione di studiare intensamente per 17 ore piene. In treno non riuscivo a concentrarmi e mi sembrava di non assimilare nulla. A partire dagli studi successivi alla laurea andavo all’università solo una volta alla settimana circa. Per la salute correvo rigorosamente 30 minuti ogni giorno, con il caldo o con il freddo, purché non piovesse. A parte questo, non uscivo davvero mai. Anche questa era una scelta per riuscire a studiare 17 ore, ma non mettevo letteralmente un piede fuori casa e facevo tutti gli acquisti a distanza. In teoria avevo anche i tre giorni al mese in cui potevo non studiare, ma se non avevo impegni, come andare in ospedale, studiavo o componevo senza riposare nemmeno un giorno al mese.

Quando ho iniziato gli studi successivi alla laurea, il francese era ancora la mia prima lingua straniera e frequentavo seminari di letteratura francese. Però continuavo a essere indeciso tra specializzarmi in linguistica o in letteratura francese. Sia mio zio sia mio padre avevano finito per specializzarsi in linguistica, quindi mi era venuto naturale interessarmi a quella disciplina. È curioso, ma mio padre, il professor Kikuo Maekawa, che mi ha seguito all’Università Hitotsubashi, e la professoressa Amalia Arvaniti, che è stata la mia supervisora nel Regno Unito, erano tutti originariamente specialisti di letteratura francese, prima di passare alla linguistica. È strano, ma per qualche motivo anche i miei interessi si sono spostati in quella direzione, e ho deciso di specializzarmi nello studio della lingua inglese e in linguistica.

Già durante il primo ciclo universitario studiavo composizione con Joji Yuasa. Lui diceva spesso che studiare altro oltre alla composizione fosse una condizione per diventare un buon compositore. Ho imparato davvero molte cose da lui, anzi, forse soprattutto cose che non riguardavano direttamente la composizione. Penso di dovere a lui anche l’idea di mettere la linguistica al servizio della mia musica e la naturalezza con cui ho intrapreso due specializzazioni.

――Poi è andato a studiare nel Regno Unito?

Già durante gli studi magistrali ero passato alla linguistica e allo studio della lingua inglese, continuando a comporre. Ma soprattutto mi preparavo al TOEFL, un esame di inglese, e studiavo per il GRE. Anche questa esperienza ha rischiato di diventare il mio secondo grande insuccesso, ed è stata davvero dura. Il TOEFL iBT prevede prove di ascolto e di espressione orale. Mi vergogno a dirlo, ma la prima volta che l’ho sostenuto ho preso quasi zero in entrambe. Per entrare nei programmi post laurea di università rinomate nel Regno Unito o negli Stati Uniti servivano 100 punti, ma all’inizio credo di averne ottenuti soltanto una quarantina. Era un esame molto difficile e faticoso, ma poi sono arrivato a ottenere regolarmente almeno 100 punti, e circa 115 nell’iBT attuale. A quel punto ho inviato online le domande di ammissione al dottorato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e sono stato ammesso in entrambi i paesi. Ho esitato moltissimo tra le due destinazioni. Negli Stati Uniti, però, non ero stato ammesso tra i migliori: avevo un punteggio appena al di sopra della soglia di esclusione. Non avrei ricevuto alcuna borsa di studio o altro aiuto simile e avrei dovuto pagare di tasca mia tutte le rette, che erano molto alte. Così ho rinunciato. Inoltre, dal Regno Unito avrei potuto tornare a svolgere attività in Europa nel mio campo, la musica contemporanea. Per questo ho scelto il Regno Unito. Anche la vicinanza alla Francia, che mi avrebbe permesso di tornarci a fare musica, era importante.

Mi è stata di enorme aiuto anche la borsa di studio che ho ricevuto dalla prefettura di Mie. Mi imbarazza un po’ dire che sono grato perché mi hanno dato del denaro, ma le varie iniziative con cui cerco di contribuire alla prefettura di Mie sono anche un modo per ricambiare quella borsa di studio. Grazie a essa, durante il soggiorno all’estero ho potuto concentrarmi soltanto sulla linguistica e sulla composizione, senza dover fare lavoretti. Senza quella borsa di studio, non sarei assolutamente la persona che sono oggi.

――Com’era la sua vita nel Regno Unito?

È stato un periodo molto piacevole. Avendo già vissuto le delusioni della Francia, ero preparato ad affrontare grandi difficoltà. Ma grazie alla preparazione per il TOEFL riuscivo a comunicare normalmente in inglese e non ho subito discriminazioni. A Canterbury, circondato da tanta natura, ho trascorso un bel periodo, continuando a studiare 17 ore al giorno e a fare jogging. Era una comoda vita da recluso. Dovevo uscire solo una volta al mese per un incontro di supervisione della tesi; per il resto, non avevo quasi nulla. In origine mi ero concesso tre giorni di riposo al mese, ma durante il soggiorno nel Regno Unito, e anche prima, non c’è stato un solo giorno in cui non abbia studiato o composto per 17 ore, a parte i lunghi viaggi verso altri paesi. Mentre ero nel Regno Unito non ho fatto turismo nemmeno una volta: studiavo. Il fatto che, come dottorando, dovessi soltanto andare a un incontro mensile per la tesi era perfetto per me. Era una vita in cui tutto il tempo era a mia disposizione.

Dal Regno Unito si raggiunge rapidamente anche l’Europa continentale, quindi ho potuto partecipare a vari concorsi e festival musicali europei. Era un bel diversivo, una specie di turismo per me. Sono scettico nei confronti dei concorsi, ma mi hanno permesso di incontrare ottimi musicisti di diversi paesi. Il fatto di essere ancora in contatto con loro è un grande patrimonio.

È stato fondamentale anche poter studiare con Amalia, la mia supervisora di allora. È all’avanguardia nella fonetica e una delle ricercatrici più importanti del settore. Poter lavorare con una persona del genere è stata una ricchezza enorme. Amalia è una grande studiosa degli aspetti musicali del linguaggio, cioè del ritmo e dell’altezza tonale. Credo di poter dire che tutto ciò che ho imparato mi sia stato utile per la composizione. Ho imparato molto da lei anche al di fuori dello studio, per esempio sull’organizzazione degli impegni e sull’uso del tempo.

Anche con la borsa di studio, vivevo in grande povertà: per il cibo spendevo al massimo circa 100 yen al giorno. Spesso non potevo permettermi nemmeno quei 100 yen, così durante il jogging raccoglievo piante selvatiche commestibili del Regno Unito e le mangiavo. Sono diventato piuttosto esperto di piante selvatiche. Nel Regno Unito nessuno mangia i germogli di felce aquilina, quindi potevo mangiarne a volontà. In realtà era persino divertente. La mia preferita era la bardana selvatica. Ha foglie grandi: basta raccoglierne due per avere una quantità sufficiente da mangiare. Mangiavo anche i cardi, e quelli giovani erano buoni come la verdura. Vivendo così ho capito che la verdura è davvero deliziosa. Non sa d’erba, non è coriacea e ha dolcezza e umami.

――Ci racconti come sta andando ultimamente.

Dopo aver concluso il dottorato nel Regno Unito sono tornato in Giappone, e la mia vita con 17 ore di studio al giorno è finita. I motivi sono diversi, ma uno è che, in fondo, ero proprio stanco. Nella prima metà della mia vita non c’erano state affatto le normali gioie umane, né una vita da persona comune, e ho iniziato a pensare che fosse ormai il momento di godermi la vita come gli altri. Inoltre, ho cominciato a insegnare all’università e non mi è rimasto spazio per studiare. Certo, anche questo dipende dall’impegno che ci si mette, ma non ho tempo da dedicare all’acquisizione di nuove conoscenze e mi sembra di cavarmela soltanto con quello che ho imparato finora. È una grande sfida per il futuro.

――Si conclude qui la nostra intervista a Sumio Kobayashi. Grazie per la collaborazione.

12 agosto 2021

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isehira
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